“Impounded” di Dorothea Lange ci mette di fronte ad una delle più grandi sconfitte morali dei popoli democratici

In una delle puntate cruciali dell'Uomo nell'Alto Castello, serie pluripremiata di Amazon Studios ispirata al romanzo "La svastica sul Sole" di Philip K. Dick, accade una cosa alquanto significativa per lo sviluppo della storia e dei suoi personaggi. Nel tentativo di sopprimere il possibile scoppio di una guerra civile, i Giapponesi, vincitori della II Guerra Mondiale insieme alla Germania, vengono espulsi dal territorio americano. I più ricchi, riescono a strappare un passaggio per il Giappone, via mare. Tutti gli altri, invece, vengono trasportati in campi di lavoro forzato.

La messa in scena ideata magistralmente da Frank Spotnitz è estremamente truculenta, tesa. Fino agli ultimi secondi, non sappiamo cosa accadrà ai nostri beniamini; quale destino li attenderà e cosa i Tedeschi, da quel momento in poi, avrebbero attuato per continuare a mantenere saldo il loro dominio mondiale.

Siamo messi di fronte ad un altro ribaltamento delle carte in tavola, l'ennesimo di una serie televisiva che per tensione, colpi di scena e brutalità espressa si è sempre contraddistinta positivamente nel palinsesto di Prime Video. Da quell'evento cruciale, la storia cambia, si sviluppa tutta in discesa, portandosi alla sua naturale conclusione (che non ti spoilero, ma è fuori di testa!) nelle puntate successive.

Quella ideata nella serie televisiva è ovviamente una montatura. I Tedeschi non hanno vinto la guerra mondiale e i Giapponesi, di conseguenza, non si sono divisi i territori con loro. La storia, sappiamo bene tutti, è andata in tutt'altra direzione. Tuttavia, come accade spesso nel mondo cinematografico, qualcosa di vero c'è:

I Giapponesi, nei campi di internamento, furono mandati per davvero. Non dai Tedeschi, però, ma da quegli stessi Americani chiamati liberatori oltre oceano.

Dorothea Lange, fotografa che credo non abbia bisogno di presentazioni, quella disumanizzazione di un popolo l'ha fotografata, realizzando un documento sociale, commissionato inizialmente dal Presidente Roosevelt (1942), e poi censurato dallo Stato. Le sue fotografie, raccolte recentemente nel volume "Impounded" (2008), ci mettono di fronte all'accaduto, mostrandoci un rovescio della medaglia che spesso contraddistingue le sconvolgenti incongruenze di ogni fazione militare: buona o cattiva che sia.

Il frantumarsi del sogno americano

Dorothea Lange, questo lavoro, non voleva farlo.

Quando il Presidente Roosevelt le commissionò la documentazione del ricollocamento dei Giapponesi nei campi di internamento, Dorothea fu assalita da un dilemma morale. Non poteva sopportare l'idea dell'approvazione di un provvedimento chiaramente ingiusto nei confronti di un popolo, ma altresì, da fotografa, riconosceva la possibilità di realizzare un "ritratto fedele delle operazioni che sarebbe stato utile in futuro". Alla fine cedette, ma non senza qualche remora.

California, su un autobus diretto al centro di internamento di Tanforan (1942), di © Dorothea Lange // U.S. National Archive

Il motivo che portò Roosevelt ad attuare il piano fu quello di documentare la gestione amministrativa di un problema di immigrazione che l'America stava fronteggiando da diversi decenni. Come racconta Ilaria Sala, nell'articolo "Dorothea Lange: l'internamento giapponese attraverso le sue foto", già a fine '800 «la cultura nativista alla base degli Stati Uniti, mista a forze economiche, sociali e pregiudizi di matrice razzista, portarono il governo a limitare il numero e la provenienza di migranti sul suolo nazionale».

Prima con il Chinese Exclusion Act, nel 1882, per poi giungere al Immigration Act, nel 1917, e successive riforme, l'America stava gestendo la questione dell'immigrazione di popoli provenienti dall'Asia con il chiaro intento di limitarne i numeri in entrata e la loro diffusione sul territorio americano. Dopo Pearl Harbor (1941), la situazione si aggravò. E da solo nemico economico, il Giappone si trasformò presto in minaccia interna. L'Executive Order 9066, approvato da Roosevelt, e fotografato da Dorothea Lange, fu così l'ultimo atto di un "crescente sentimento anti-giapponese". L'incrinarsi del sogno americano.

Hayward, California. I membri della famiglia Mochida in attesa del pullman di evacuazione (1942), di © Dorothea Lange // U.S. National Archive

La guerra non risparmia nessuno

La guerra non sembra risparmiare nessuno. Neanche chi, in America, ci è nato e cresciuto. Neanche chi, in fondo, si era impegnato a non fare troppo rumore per evitare di disturbare in una terra che rappresentava l'unica possibilità di salvezza.

Dorothea Lange ha assistito ad un'ingiustizia a cielo aperto. Dopo neanche un decennio da quello che era stato il piegarsi dello spirito americano, a causa di una Grande Depressione economica ancora percepibile nell'aria e nella gente, l'America tornava a mostrarsi debole, questa volta nei confronti del "diverso".

Nel volume Impounded lo vediamo chiaramente. La fotografa americana registra i momenti antecedenti all'internamento nelle dieci sedi preposte allo scopo - tutti luoghi aridi, incoltivabili e freddi, lontani dalla civiltà - e le condizioni di indigenza a cui il popolo giapponese fu costretto ad adattarsi, per sopravvivere.

Imparando a camminare (1942), di © Dorothea Lange // U.S. National Archive

Diverse testimonianze raccontano di stanze anguste, viaggi interminabili in treno e di situazioni di convivenza civile al limite della sopportazione umana. Si condivideva tutto, lì: dalle baracche ai bagni, dal cibo ai vestiti: in questi centri, non c'era l'obbligo di lavori forzati, ma la libertà di movimento era negata. Questo causò un enorme sconforto in molti Giapponesi educati alla riservatezza e l'onore.

Le fotografie di Dorothea ci lasciano sbigottiti. Il suo punto di vista è parallelo al terreno. Vuole mischiarsi tra la folla lasciando che siano le emozioni dei volti e il disordine dei pacchi sparsi per terra, gli stessi che provano ad incapsulare esistenze frenate sul nascere, piccole o grandi che siano, a saltare fuori dai sali d'argento. Ampie, come ampi sono i timori che adombrano gli occhi dei più giovani in braccio alle madri, Impounded ci mostra il consolidarsi della peggior ideologia: quella che esclude per il colore della pelle o per la provenienza geografica.

Intere generazioni, di fronte a noi, costrette ad adattarsi a spazi polverosi e alla straziante mancanza di legami con i ricordi, i volti e gli oggetti del proprio passato. Un cartellino attaccato ai vestiti come unico souvenir di un presente che non ci sarà più. Un quadro desolante, che sa di distopia, e che pure distopia non è.

Lo scontro tra le parti

Lo stile fotografico di Dorothea Lange è emotivo, empatico, tanto risolutivo in quello che ci mostra quanto semplice nell'approccio. Unendo fotografie colte in strada, nel bel mezzo della folla riunita in attesa di essere smistata nelle baracche, a ritratti di famiglia con alle spalle le maestose montagne americane, la fotografa costruisce un racconto complesso, che mostra al contempo l'evolversi delle relazioni umane in un ambiente brutale e le scelte scellerate di un governo di parte.

Le inquadrature sono didascaliche, eppure potentissime. La Lange compone utilizzando l'accecante sole dei deserti americani restituendo ombre nette e ambienti alienanti. I soggetti, quando non immersi nella natura, sono costretti dentro cubicoli creativamente riadattati per accogliere le famiglie. Poco spazio ai dettagli. Dorothea cerca di contestualizzare ogni fotografia, dandoci l'occasione di riflettere sul rapporto tra internati e controllori e sul futuro di chi verrà dopo.

Un contributo fondamentale di Vox per comprendere l'accaduto, attraverso le immagini.

A sopravvenire, più di tutto, è questa straniante contrapposizione tra l'inconsapevolezza di quello che stava accadendo e la rassegnazione di un'esistenza che da lì in poi non sarebbe stata più la stessa (la Lange segnala il paradosso nelle didascalie delle sue fotografie, evidenziando "i giorni rimanenti all'internamento" di quei soggetti ritratti). Il prima e il dopo. La civiltà contro l'ingiustizia. La vecchia generazione spalla a spalla con quella "nativa americana". 120.000 anime rinchiuse in gabbia e ciononostante valorose nella loro resistenza alle avversità.

Loro volevano una testimonianza, ma non una pubblica testimonianza - Dorothea Lange

I campi chiusero definitivamente nel 1946. Su 700 fotografie scattate da Dorothea, 80 furono segnate come Impounded (sequestrate, impubblicabili) perché ritenute troppo emotive, fortemente ingannevoli, pericolose per la reputazione del governo. I Giapponesi, nell'idea del WRA, non dovevano apparire come vittime, ma come coscienti collaboratori. Dorothea lavorò per i soggetti, e questo non andò bene.

Il dilemma del fotografo documentarista

Dorothea Lange punta la sua fotocamera con l'intento di rendersi testimone di qualcosa che viene anche difficile da spiegare. Perché prendersela così tanto con un intero popolo che come unica colpa ha quella di essere nato nel punto "sbagliato" del Pianeta? Immagino quale angoscia possa aver provato una persona come lei, tanto sensibile alle ingiustizie e alle discriminazioni di ogni natura.

Tuttavia, il compito del fotografo documentarista è quello di fronteggiare il sopraggiungere di emozioni che potrebbero inquinare la verità. Quanto meno, trovare un equilibrio tra quella volontà oggettiva, che ci vuole neutrali di fronte ai fatti, e quella necessità del punto di vista soggettivo, imprescindibile per il racconto di un evento. Ma è sempre possibile farlo? Per usare le parole della Lange: «il fotografo documentarista dovrebbe conservare il documento senza farsi coinvolgere». Più si è convinti però di star facendo qualcosa di giusto - dice la stessa Lange - e più si è coinvolti in una narrazione che potrebbe scivolare nel fazioso. Ed è qui, in quel sensibilissimo scontro tra le parti, che si gioca un posto nella storia.

Perché parliamoci chiaro. Dorothea non è stata l'unica a fotografare il ricollocamento dei Giapponesi nei campi di internamento. Il WRA (War Relocation Authority) diede il compito di documentare la gestione di questo provvedimento ad altri fotografi. Tra cui uno in particolare. Un nome che ai tempi muoveva molti più numeri della Lange. Un artigiano della fotografia: Ansel Adams, il maestro del bianco e nero. Rispetto a Dorothea, Adams costruì il suo racconto attorno all'idea di voler valorizzare lo stoicismo dei Giapponesi. Prevedere, in poco parole, un loro naturale rientro in società. Una visione positiva e profondamente propagandistica dell'evento, che poco ebbe successo al di fuori del contesto americano. Qualcosa, in quelle fotografie, nascondeva un "non detto". E anche lo stesso Adams, anni dopo, si accorse della sua "ingenuità".

Le sue fotografie, seppur tanto lontane da quelle di Dorothea, sono comunque utili alla causa. Ci raccontano quello che l'America tentava, e tenta tutt'oggi, di fare: liberarsi da qualsiasi critica che possa renderla ostile all'opinione pubblica. Un vano tentativo, il suo, perché la verità, in qualche modo, riesce sempre a venire a galla. Più sono le interpretazioni e più è facile scovarla. La ricerca delle differenze tra racconti dello stesso episodio ci permette di scovare i sottili meccanismi che muovono la politica, dandoci modo di ragionare sui concetti che la governano.

Tempesta di sabbia, Manzanar (1942) di © Dorothea Lange // U.S. National Archive

Impounded riesce a strappare il velo dell'ipocrisia mettendoci al corrente di un avvenimento di cui oggi si parla pochissimo, ma che tanto parla, al contempo, di un contesto attuale, quello occidentale, che si erge spesso come il bene assoluto.

Tutte le vittime sopravvissute agli anni successivi al ricollocamento - per fortuna questi internamenti non erano destinati alla soppressione ma solo al controllo - furono risarciti, e fu riconosciuta la colpa del governo americano. La frattura era però avvenuta e sarà irriducibile. Paradossalmente, da lì in poi, i Giapponesi apriranno le porte all'occidente come mai prima ad ora. Alle ingiustizie si risponde con l'amore. I Giapponesi, in questo, rimangono ancora oggi maestri incrollabili.

Impounded, di Dorothea Lange

205 pagine. Dimensioni 18.03 x 1.78 x 23.62 cm. Norton & Co Editore (2008). Costo 22 euro.

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Fonti utilizzate:
  1. Dorothea Lange's Visit to the Japanese Internment Camps (Google Art & Culture)
  2. Dorothea Lange: l'internamento giapponese attraverso le sue foto (Università di Bologna)
  3. Japanese American Incarceration (The National WWII Museum)
  4. History of the War Relocation Authority (WRA) Sites (National Japanese American Historical Society)
  5. Dorothea Lange’s Censored Photographs of FDR’s Japanese Concentration Camps (Anchor Editions)
  6. Controlling the Historical Record: Photographs of the Japanese American Incarceration (densho.org)
  7. Exposing Injustice: Incarceration of Japanese Americans (Dorothea Lange Digital Archive)

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