Un tempo, pur sicuri delle proprie capacità, i fotografi continuavano ad interrogarsi sulle potenzialità dello strumento fotografico. Per loro, non esistevano leggi scritte. Il passato poteva dialogare con il presente. Il presente, mettere le basi del futuro. L'intento era condurre lo sguardo verso la definizione di nuove prospettive. Lontano dai pregiudizi e dalle inutili ideologie. Una lezione che abbiamo presto dimenticato e che rende oggi più urgente la lettura critica di opere di ogni fattura. Perché le sfide del passato, l'ho capito presto, sono quelle odierne.
In questo appuntamento mensile di "Questa è roba da fotografi!", la rubrica dove ti parlo di contenitori cartacei e racconti audiovisivi di fotografia, ho raccolto alcune delle letture e visioni del mese appena conclusosi: prodotti culturali che mi hanno guidato nella rivalutazione di alcuni argomenti, ancora oggi, centralissimi.
Nelle letture di oggi: una rivista, una raccolta e un documentario.
Argentique
di Francesco Mento (2014 - 2016)
Rivista Argentique (n. 3). All'interno, le fotografie di © Federico Bosso (The Beauty between order and disorder), © Paolo Solari Bozzi (Zambian Portraits), © Ugo Maccà (I siciliani di Maccà) e © Andres Contreras Rodriguez (Doppelgänger).
«L'analogico è materia, luce, sperimentazione; la manifestazione concreta di un concetto che il digitale, per quanto splendido nella sua praticità, non potrà mai imitare del tutto». Queste parole, che potrebbero suonare, di primo acchito, fuori moda, per chi con le macchine fotografiche di ultima generazione ci è nato e cresciuto, sintetizzano, invero, il pensiero di molti fotografi contemporanei: artigiani della carta e degli acidi di sviluppo che con il digitale non sono mai riusciti a trovare una vera intesa: cosa che, con l'analogico, è stata immediata.
Sul concetto, Francesco Mento ne potrebbe discorrere per ore. Francesco è un fotografo messinese ed ex docente di fotografia all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. Molta della sua produzione passa dalla fotografia di strada e dal ritratto in studio. Le sue fotografie sono pure, granulose, sfuggenti; frutto del sapiente utilizzo della camera oscura e di macchine di vario formato. Se la sua visione mi ha colpito per l'europeicità dei contenuti, il suo trascorso da editore mi ha fatto riflettere sull'importanza delle scelte. Perché oltre ad uno straordinario fotografo, Francesco è stato direttore della rivista Argentique: un raccoglitore di altissima qualità incentrato sulla valorizzazione della sola fotografia analogica.
Argentique è una rivista cartacea uscita tra il 2014 e il 2016. Fin dal primo numero, curato da Francesco e Roberta Lo Schiavo (photo-editor), e accompagnato dai testi di Valentina Leuzzi e Valentina Messina, i lavori selezionati sono stati organizzati per offrire un'esperienza di lettura molto vicina a quella di un portfolio personale: poco testo, tante immagini a ricoprire le ampie e bianche pagine della rivista e tre lingue per adattarsi ad ogni mercato.
Nella sua casa-studio, Francesco mi ha mostrato alcuni numeri della rivista, sopravvissuti al tempo e alla polvere. La copertina, che imita le dimensioni e i colori di un contenitore di carta fotografica, e la varietà dei racconti, che vanno dalla Street Photography al ritratto in studio, mi hanno regalato subito ottime sensazioni. Si percepisce una cura rivolta all'editing che trascende l'ordinario. Ma ad avermi rapito è soprattutto la procedura di stampa, che valorizza i contrasti e la naturale granulosità della pellicola. Al tatto, sento quasi il calore dei sali d'argento.
Francesco mi ha raccontato che Argentique è stata la concretizzazione di una necessità collettiva che sentiva molto impellente nella fase di maggior esplosione dei Social Networks. «Vedendo in mostra diversi lavori di straordinari fotografi e fotografe» mi ha confidato Francesco, «ho pensato fosse un peccato non poter conservare quelle storie e renderle disponibili al pubblico. Di frequente, chi scatta in analogico, non nutre molta stima nella pubblicazione online. Questo accade sia per un rifiuto di uno strumento che reputa inefficace sia per un'effettiva mal restituzione delle opere, che dall'analogico al digitale, perdono sempre qualcosa. In qualche modo serviva un contenitore adeguato, e Argentique lo è stato».
Un contenitore ineccepibile, Argentique. Mi è bastato poco per capirlo. In quei cinque numeri, ho avuto l'occasione di poter visionare splendidi lavori. Per chi, come me, ama il bianco e nero, davanti ad un prodotto del genere, non può che entusiasmarsi. C'è tutto quello che ti aspetteresti da una rivista! Eppure questo non è bastato. Purtroppo il progetto ha cessato la sua pubblicazione. I numeri degli abbonati erano esigui; il costo della stampa altissimo. Lo sconforto di Francesco, per un progetto che aveva una voce, è grande. Mi sento molto fortunato a poter conservare nella mia libreria la testimonianza di un simile viaggio. Di questo ringrazio infinitamente Francesco, che me ne ha gentilmente donato delle copie. Potertene mostrare qui qualche pagina è un onore concesso a pochi appassionati.
Non voglio però credere che sia tutto qui. La storia di Argentique ci racconta molto più di un insuccesso. Nonostante la fotografia analogica stia attirando nuove leve, sembra più un commercio mosso dalla nostalgia che dalla necessità di sviluppo di considerazioni personali. Tuttavia, si continua a sognare in analogico, ad aver ancora bisogno delle sue "inimitabili" qualità. L'esperienza di Argentique, come quella di altri progetti, ce lo dimostra; segno di come la fotografia ai sali d'argento possa essere tuttora una casa per tantissimi di noi.
Le riviste sono fuori commercio. Puoi tentare di trovarne alcune nell'usato o contattando Francesco Mento, che ne conserva dei numeri in casa-studio.



Qualche pagina interna di Argentique (N.3 e Edizione Speciale x Arles 2015)
Camera Work
di Alfred Stieglitz (2024)
Ad aver contribuito fortemente alla diffusione della fotografia nella quotidianità delle persone sono state soprattutto le riviste e i giornali. Prima cartacei, oggi digitali: seppur nel tempo questi contenitori abbiano perso parte della loro attrattiva, a favore dei Social Networks, più veloci e autonomi, rimangono una vetrina indispensabile per tanti autori desiderosi di dare credito al proprio lavoro.
Non tutti sanno che a lanciare sul mercato una delle prime riviste fotografiche fu Alfred Stieglitz. Il nome, son sicuro, non ti sarà nuovo. Alfred è stato tra i fotografi americani più rivoluzionari della sua epoca. Sostenitore di una fotografia artisticamente autonoma, ha fondato nel 1902 il movimento della "Photo-Secession". Lui, come altri membri del gruppo, credeva che la fotografia non fosse una semplice "copia della realtà" ma un mezzo di espressione indipendente. «Alla stregua della pittura» scrive Stieglitz nel manifesto del movimento, «anche la fotografia è uno strumento abilissimo di rappresentazione del sentire di un artista. Noi secessionisti rivendichiamo così la sua autonomia e il suo valore espositivo».
La rivoluzione caldeggiata da Alfred Stieglitz non può fermarsi alle sole parole. Ci vuole la carta. E così, dopo una prima esperienza come curatore di riviste (prese parte ad un'iniziativa del The Camera Club a favore della valorizzazione della fotografia americana), e un iniziale avvicinamento al mondo delle gallerie di New York (passione che darà vita alla Galleria 291), lancia nel 1903 il primo numero di una rivista che ridisegnerà i canoni dell'editoria culturale: Camera Work.
Nel 2024, Taschen ha raccolto tutto il materiale proposto nei cinquanta numeri di Camera Work in un unico volume: "Camera Work. The Complete Photographs". Neanche a dirlo, appena ne sono venuto a conoscenza, l'ho preso subito. Il volume, che si presenta in dimensioni compatte, è una di quelle operazioni editoriali che vanno acquistate anche solo per il vanto di possedere un un pezzo di storia della fotografia nella propria libreria. Accompagnate dai testi iniziali di Pam Roberts, incentrati sul racconto delle origini del progetto, e da didascalie che riportano l'anno, l'autore e il numero di pubblicazione, le immagini proposte ci guidano nell'evoluzione del pensiero fotografico tra il 1903 e il 1917.
Questa raccolta è encomiabile, per diversissimi motivi. Oltre a catapultarci dentro un contesto artistico ben preciso - dove ancora la fotografia era "niente" - ci svela alcune vicissitudini dell'ambiente fotografico dell'epoca difficilmente riscontrabili altrove. Due cose, nello specifico, mi hanno colpito. Una la si può leggere nella bellissima introduzione di Pam Roberts; la seconda, invece, la si può dedurre dalle fotografie selezionate nel volume. In "Camera Work. The Complete Photographs" comprendiamo cosa voglia dire gestire un progetto editoriale, venato da una direzione artistica anticonformista e da amicizie instabili, e quanto la sperimentazione sia, e continui ad essere, un varco verso la crescita personale.
Tutte le fotografie proposte sono piccoli tasselli verso la fotografia che sarà. Lo dice la struttura indagativa che sorregge ogni visione ma anche i nomi che ne hanno dato origine, tra i più importanti artisti dell'epoca (Robert Demachy, Paul Strand e Julia Margaret Cameron, per citarne alcuni). Camera Work era caratterizzata da una carta pregiatissima giapponese e da un metodo di stampa oggi relegato a produzioni a tiratura limitata (la fotocalcografia, un processo che unisce incisione e sviluppo fotografico). Il libro di Taschen, per motivi editoriali, non ha potuto emulare quei risultati. Ciononostante, rimane un volume esemplare, per completezza e, perché no, curiosità. Acquistarlo è come navigare nel passato guardando verso il presente. Le sfide dell'epoca sono ancora le sfide odierne.
Il volume costa 19,00 euro. Puoi acquistare una copia del libro sul sito ufficiale della casa editrice Taschen, su Amazon o nella tua libreria di fiducia.



Qualche pagina interna di "Camera Work. The Complete Photographs", di Alfred Stieglitz (2024)
Infinito. L'universo di Luigi Ghirri
di Matteo Parisini (2023)
Sono pochi, pochissimi, i fotografi di cui il nome riecheggia ancora tutt'oggi nella mente degli appassionati di fotografia di ogni generazione e nazionalità. Per quanto la fotografia contemporanea sia spesso una faccenda molto americana, non bisogna andare molto lontano per poter trovare artisti che masticano la nostra stessa lingua. Personaggi talmente grandiosi da aver rivoluzionato il modo in cui guardiamo le cose. E, di conseguenza, noi stessi. Luigi Ghirri è uno di questi.
Con la visione del documentario "Infinito. L'universo di Luigi Ghirri", girato da Matteo Parisini nel 2023, ho riaperto una ferita culturale che non vedevo sanguinare da tempo. Perché di tempo, dallo studio dei suoi lavori, ne è passato.
Quando lessi la prima volta "Niente di antico sotto il sole" (Quodlibet Edizioni, 2021) e "Lezioni di fotografia" (Quodlibet Edizioni, 2009) ero giovanissimo; appena maggiorenne. Tuttavia, capii subito di starmi trovando di fronte ad una personalità che non aveva paragoni nel mondo della fotografia. Anzi, di più: nella sfera culturale. Le sue parole e le sue immagini mi trafissero, mostrandomi cosa la fotografia era in grado di fare nella sua forma più pura. Ritrovarle qui in video, narrate dall'ottima voce di Stefano Accorsi, me ne hanno ricordato l'essenza, facendomi ritornare su quei passi che tanto mi furono cari.
Il documentario è un omaggio alla straordinaria esistenza del fotografo modenese. La narrazione è strutturata su un binario che unisce splendidamente il ricordo del fotografo, su cui spiccano, soprattutto, le testimonianze di amici e familiari, e l'evidenziazione del linguaggio fotografico che lo ha reso famoso in tutto il mondo.
Luigi Ghirri non è storia, è presenza - Gianni Leone
Mi è piaciuto parecchio. Per tanti motivi. Non è quel tipo di documentario tecnico che si concentra totalmente sulla storiografia delle opere e sulla loro progettualità. Le immagini ci sono, e pure ritmate bene. Ma non è solo questo. "Infinito. L'universo di Luigi Ghirri" parla della fantasia del fotografo e delle scelte che lo hanno spinto a rivoluzionarsi. Rispettando lo spirito poetico di Ghirri, il regista è riuscito a fare una cosa straordinaria: sintetizzare pochi concetti, all'interno di macro sequenze, per trasformarli in veri e propri dialoghi sulla fotografia.
Le parole scorrono, lente ed appassionanti, accompagnate da alcune delle più belle immagini di Ghirriana memoria. Nel documentario, troviamo le Polaroid, la serie su Versailles, gli immancabili paesaggi della provincia emiliana-romagnola. Di fronte a queste splendide manifestazioni di interrogativi che diventano materia da cui attingere, ammiriamo con religioso silenzio le riflessioni che hanno guidato Luigi Ghirri nell'espressione di una precisa sensazione. Il perché di certi colori; di certe ottiche; di certe inquadrature che nella loro semplicità toccano l'anima.
Un prodotto visivo prezioso, che riesce nel difficile compito di non essere troppo noioso né televisivamente superficiale. Si mantiene in uno strano equilibrio. Un equilibrio che Ghirri avrebbe molto apprezzato, perché nella leggerezza dello sguardo si nasconde un principio di rinnovamento. Quel rinnovamento, che nella frase iniziale del fotografo detta alla figlia - "vado a fotografare il cielo" - esprime già tutto quello che ci serve per fare buone fotografie. Non dare mai nulla per scontato, sembra dirci Ghirri. E questo piccolo capolavoro continua a ricordarcelo.
Puoi visionare il documentario gratuitamente su Rai Play.

In ultimo, un invito
Questo numero della rubrica si chiude qua. Spero di averti stimolato a dare un'occhiata, quanto meno, al documentario di Luigi Ghirri! È gratuito, e merita. Prima di lasciarti all'area commenti (dove sono sicuro ci consiglierai degli ottimi libri da leggere, vero?) concludo con un invito. È aperta l'Open Call di Roma E'Festival: il festival di fotografia di strada degli amici di Effe4.0. Mi hanno chiesto di essere giudice della categoria "Serie" e io ho accettato volentieri. Come sai, amo la progettualità nella Street Photography e sono curioso di vedere quali storie mi proporranno. Se ti va, buttaci un occhio. I premi non sono male :)

Per il resto, ci si becca in giro. O sul Forum, come preferisci. A presto!



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