"Un silenzio sottile" di Stefano Pazienza scardina la retorica sui centri di salute mentale

Alcune storie mettono alla prova la coscienza di un fotografo. Storie in cui l'occhio si ferma, consapevole della presenza di un disagio; che indugia, lungamente, sui soggetti e sugli ambienti, lasciando intravedere le fratture di una realtà che si annida negli incavi nascosti degli animi più fragili: racconti «che qualcuno ha ascoltato, visto, scritto, migliaia di volte, ma che nessuno, infine, per indole e cultura, capisce davvero». Sono le storie del diverso, di quello che ci è "lontano".

Stefano Pazienza lo chiama "un silenzio sottile", quella sensazione di trovarsi di fronte a volti e ambienti che, in brevissimo tempo, da animati e conosciuti, diventano inanimati e segreti, come se un manto ricoprisse di una quiete inesprimibile a parole tutti gli aspetti di quell'eccezionalità che poco prima pensavamo di aver afferrato, ma che nel profondo ci è rimasta, invece, inaccessibile.

Stefano è autore di una fanzine, creata in collaborazione con Case Di Fotografia (progetto curato da Emanuela Amadio), che racconta il quotidiano all'interno di un centro di Salute Mentale di Giulianova. Un posto inaccessibile e incompreso per tanti, e proprio per questo meritevole di attenzioni. La sua è una storia particolare, fatta di micro-racconti e di immagini immerse nel silenzio del bianco e nero, illuminate da una luce intensa: quella dei pazienti. Mi sono bastate poche parole per farmi trascinare dal suo entusiasmo, dalla sua voglia di abbattere ipocrisie e barriere; e così, tra un messaggio e l'altro, siamo scesi a fondo di quel "Silenzio Sottile".

Intervista

C'è un fattore che accomuna diversi fotografi di strada italiani. Arriva un momento, non ben precisato, ma estremamente vivido nella mente di chi sta vivendo quel passaggio, in cui raccontare la strada per singole immagini non basta più. Ci vuole altro: un impulso che relega lo spirito egoistico del fotografo a favore della comunità; e così si palesa una storia. Quali sono stati gli stimoli che ti hanno condotto alla realizzazione del tuo primo progetto cartaceo?

Penso sia stata una naturale predisposizione verso certi argomenti! Non fotografo da moltissimi anni (ho ripreso la fotocamera in mano a seguito della nascita di mio figlio, avvenuta otto anni fa), tuttavia, con la sensibilità che mi ritrovo, mi basta poco per maturare il desiderio di custodire e raccontare certe storie. Alla fotografia di strada devo molto e continuo tutt'ora a praticarla; sentivo però da tempo una spinta interiore che mi chiedeva di approfondire le dinamiche di alcuni contesti molto vicini a noi e al contempo sconosciuti al grande pubblico.

"Un silenzio sottile", 2025 di © Stefano Pazienza

Parlando con Emanuela Amadio, che mi ha seguito per tutto il percorso, dalla realizzazione delle immagini alla stampa, ho avuto l'occasione di coltivare questo desiderio, trasformandolo in qualcosa di concreto. Nasce così "Un Silenzio Sottile": progetto che racconta il quotidiano e le preoccupazioni dei pazienti di un centro di Salute Mentale di Giulianova. Il lavoro mi ha tenuto occupato per un anno intero. Per me abituato all'immagine singola è stata una vera e propria sfida personale!

Da fotografare in strada al farlo in un centro di riabilitazione il passo è sensibilmente importante. Cambiano gli approcci e, soprattutto, i tempi, molto più lenti e distesi. Immagino che prepararsi tecnicamente e psicologicamente ad affacciarsi a questo mondo sia stato complicato

Si! Diciamo che mi sono catapultato in un contesto che non conoscevo a pieno. Inizialmente, volevo strutturare il lavoro attorno alle case famiglia. Parlando però con Emanuela, abbiamo constatato l'impossibilità di addentrarsi in certi ambienti. Probabilmente, non era il momento giusto per occuparsi di quegli scenari. Tuttavia, il tema continuava ad incuriosirmi. Così, venuto a conoscenza di questo centro, ho subito organizzato un incontro. Parlando con una psichiatra, ho percepito immediatamente la rilevanza delle storie dei pazienti che abitavano quegli spazi. Ognuno di loro aveva un motivo - sociale, medico, famigliare - per trovarsi lì. Ho sentito la necessità di custodire la varietà di quelle storie e portarle alla luce.

All'inizio, non ti nego, è stato difficile! Ho assistito a scene che normalmente vengono sottratte alla vista del pubblico. Sono di quelle persone che si immedesima negli altri, e quindi, guardando la sofferenza di alcuni pazienti, sono stato molto male (non per le pratiche di trattamento dei degenti - il centro si occupa dei suoi pazienti con grande cura - piuttosto per i mali che li tormentavano). Come tanti, avevo un'idea di questi centri di riabilitazione influenzata dalle dicerie. Li credevo freddi, insensibili, cruenti; di settimana in settimana, ho scoperto invece che anche in ambienti adibiti all'assistenza di persone meno fortunate si può trovare la gioia dell'incontro e della rinascita. Questo mi ha permesso di aprirmi e di conoscere a fondo il lavoro dei medici.

In questi casi il materiale di archivio, scientifico, umano e fotografico che sia, può dare una grossa mano nella definizione del giusto accostamento al tema. Cosa ti ha aiutato a strutturare bene "Un silenzio sottile" senza renderlo l'ennesima esaltazione del dolore?

Ti direi il dialogo, in primis, con i medici, gli assistenti e i pazienti del centro. Non conoscendo bene le dinamiche di un centro di riabilitazione, ho passato diverse settimane a chiacchierare e ad osservarmi in giro. Il mio spirito di fotografo di strada mi avrebbe voluto tenere lontano da certe situazioni [ride], ma era invece fondamentale per il lavoro avventurarmi nella creazione di un legame profondo con i protagonisti delle mie fotografie. Inoltre, ho affrontato un percorso iconografico, facendomi guidare dalla curiosità e dai consigli di Emanuela. Mi ha colpito molto, in tal senso, "Morire di classe", di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin: un lavoro, il loro, che ha cambiato le sorti della psichiatria in Italia e che ha portato alla luce le pessime condizioni dei pazienti dei manicomi.

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"Un silenzio sottile", 2025 di © Stefano Pazienza

Il mio, al contrario del loro, non voleva essere un lavoro di "denuncia", ma di documentazione e testimonianza. Per questo, ho voluto rallentare il ritmo per conquistarmi, piano piano, la fiducia dei soggetti. Ho iniziato a fotografare molto dopo, quando la mia presenza è iniziata ad essere meno "estranea". Ricordo ancora la prima fotografia scattata: una sedia, in mezzo al corridoio, come testimonianza di un non-luogo: il posto preferito di una ragazza che passava lì delle ore a fumare e riflettere. Nel tempo, sono diventato molto amico di quella persona.

Pur avendo scelto un contenitore moderato come quello della Fanzine, hai organizzato il lavoro in una duplice, se non tripla, struttura visiva. In "Un silenzio sottile" si alternano, di pagina in pagina, ritratti, dettagli e ambienti. Probabilmente, volevi restituirci, con questa organizzazione narrativa, il tuo personale avvicinamento al mondo dei centri di salute mentale; un avvicinamento che inizialmente è ingenuo, riservato, per poi diventare, nel tempo, più profondo e dettagliato. Era questo il percorso che volevi restituire fin dall'inizio allo spettatore?

No, l'organizzazione narrativa del lavoro è arrivata dopo. Inizialmente, la ricerca visiva era mossa dal bisogno di voler restituire ogni sfumatura del vivere quotidiano in un centro di salute mentale. Il racconto non doveva essere necessariamente negativo, ma potenzialmente aperto verso molteplici interpretazioni del tema, che come l'umore dei pazienti, ha degli alti e dei bassi.

Ero conscio che per poter raggiungere il risultato prefissatomi era necessario conoscere il luogo che stavo fotografando. I suoi "abitanti" sarebbero arrivati dopo. Così, nella fase iniziale del progetto, ho fotografato gli ambienti, che in quei primi istanti, mi sembravano essere i soli custodi del racconto. Individuata poi un ulteriore linea narrativa, e conquistata la fiducia dei pazienti, ho successivamente inglobato la presenza umana nelle fotografie. Questo ha dato una svolta al lavoro.

La scelta del bianco e nero ha aiutato nella creazione di una struttura progettuale coerente. Spesso i centri di salute mentale vengono resi impropriamente infantili, a causa delle pareti coloratissime e delle scene mostrate dai media sui canali di informazione. Con Luana - una collaboratrice del centro che mi ha seguito nell'organizzazione degli incontri e della comunicazione del lavoro - abbiamo subito capito che eliminare tutte quelle barriere visive e culturali, che si interponevano tra spettatore e racconto, fosse la strada migliore. "Un silenzio sottile", nella nostra idea, doveva essere un invito a guardare in faccia un contesto eccezionale e abbracciarne le sue complessità. Guardando quello che ne è venuto fuori, crediamo di aver rispettato i nostri intenti e la privacy di queste persone.

Immagino che, in un anno di lavoro, avrai assistito a numerose scene e ascoltato le peripezie di tantissimi individui. C'è stata una storia, tra tutte quelle raccontate, che ti è entrata particolarmente nel cuore?

Due in particolare. La prima vede protagonista un ragazzo molto giovane. È stata una grande soddisfazione l'esser riuscito a fotografarlo e a renderlo partecipe del progetto. Inizialmente fuggiva dall'obiettivo, spaventato dall'idea di rendersi "visibile" agli estranei e riconoscibile ai conoscenti. Piano piano si è convinto che non c'era niente di male; nei giorni a seguire, è stato lui stesso a chiedermi di scattargli una fotografia. Un bel momento di gioia e di aggregazione con il gruppo.

"Un silenzio sottile", 2025 di © Stefano Pazienza

Poi c'è stata una storia, molto più intensa. È quella di una ragazza, anche lei molto giovane. Mi ha mostrato il suo tatuaggio e i tagli che si è inferta lei stessa nel tentativo di togliersi la vita. Non è stato facile digerire le sue parole, Gianluca. Mi sono venuti i brividi a pensare a quali sofferenze possano portare una persona a infliggersi del dolore. Ho apprezzato tantissimo che abbia condiviso con me la sua esperienza. Che si sia fatta fotografare. Pur non essendoci il volto, la fotografia che la "ritrae" racconta bene cosa voglia dire portarsi addosso qualcosa, per sempre.

Vedi, "Un silenzio sottile" tenta di fare questo: togliere filtri e pregiudizi per avvicinare le persone ad un ambiente sconosciuto. Molti pazienti sono venuti qui di loro spontanea volontà o guidati dai parenti. In questo centro svolgono diverse attività - sportive, sociali, mediche, artistiche - e prestano la loro collaborazione presso alcuni enti patrocinati dal Comune. Per loro è un modo per sentirsi "vivi".

È vero, ci sono momenti in cui i pazienti si "scollegano" totalmente dalla realtà, rendendosi silenziosi e aggressivi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, desiderano solo essere come tutti gli altri. Lavorare, fare amicizia, innamorarsi. Vedere questa cosa con i propri occhi è trascinante, perché ti fa capire che non tutto quello che ci viene mostrato come "diverso" è, di conseguenza, negativo.

Le tue fotografie sono raccolte in una Fanzine. E questo apre a tantissime domande relative alla carta, all'impaginazione e all'editing finale del lavoro. Raccontami come siete arrivati al prodotto ultimato

Sulla scelta delle carte ti rimando ad Emanuela (Case Di Fotografia) perché io ne capisco davvero poco [ride]. Sulla struttura, invece, ti posso dire che abbiamo cercato di restituire quell'equilibrio tra documentazione, ritratto e spontaneità - tipica della Street - che mi ha guidato in tutto l'arco della produzione del progetto.

Come puoi vedere anche tu, si susseguono dettagli e visi. Sono presenti immagini a singola pagina, di dimensione ridotta, e immagini a tutta pagina. Alcune sezioni, sono dedicate alle testimonianze dei soggetti. Durante l'elaborazione del progetto finale, abbiamo valutato quattro differenti filoni narrativi. 20 fotografie per ognuno e una copertina che sintetizzazze al meglio il contenuto del lavoro. Alla fine abbiamo scelto un'impaginazione che fosse al contempo dinamica e indagatrice. La copertina esprime bene l'idea di una figura che si smaterializza e che riacquista "colore" andando avanti con il racconto. Un'entrata silenziosa in questo universo.

"Un silenzio sottile", 2025 di © Stefano Pazienza

In ultimo, i testi di Luana e l'aiuto degli sponsor locali completano la struttura di un lavoro che si regge su un impianto narrativo ricco di valori. Non sono sole fotografie, per me, ma molto di più! Sono molto felice del risultato. Conoscendomi, non avrei mai creduto di poter costruire un racconto così sentito, intenso e sincero.

Oltre all'incredibile esperienza artistica, agli incontri eccezionali e alle fotografie realizzate fuori dalla tua confort zone, cosa ti porti a casa?

Lavorare ad "Un silenzio sottile" mi ha permesso di conoscere a fondo me stesso. Ascoltando le parole di chi ha preso parte a questo viaggio, dai pazienti fino ai medici del centro, ho capito quanta importanza abbia ancora confrontarsi con quello che si ritiene essere, impropriamente, lontano dai nostri interessi. Per quanto l'epoca attuale sia particolarmente spietata, c'è ancora spazio per il bene. La fotografia, in tutto ciò, può rendersi testimone di quel bene, e portarlo altrove. Spero che, chi guarderà questo lavoro, possa abbracciare la complessità del mondo e abbattere una volta per tutte - come scrive anche Luana nel suo testo - quelle barriere sottili che rendono ancora la salute mentale un tabù da tenere nascosto.

"Un silenzio sottile", 2025 di © Stefano Pazienza

Chi è Stefano Pazienza?

Stefano Pazienza è una fotografo abruzzese. Cresciuto tra fumetti e manga giapponesi, si appassiona ben presto alle immagini: dagli sfondi del computer ai giornali. La svolta arriva a Bologna, dove con una fotocamera usa e getta cattura le sue prime fotografie insieme a un amico. L'emozione di vedere le sue immagini stampate lo spinge a dedicarsi alla fotografia, passando pomeriggi a immortalare auto parcheggiate e scene di vita quotidiana. Qui il suo Instagram.

Un Silenzio Sottile

33 fotografie in bianco e nero. Edito "Case Di Fotografia" (2025). Costo 18 euro.

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