In Like Dust, Simone Francescangeli ci guida nel cuore delle miniere boliviane, tra desideri irrisolti e l'inesorabile peso degli obblighi sociali
Fulgide apparizioni saturano gli ambienti di un'antica miniera. L'aria è mefitica, quasi irrespirabile. I rumori, assordanti, mostruosi. Come clangori provenienti da un altro pianeta, i suoni di una lingua sconosciuta rimbalzano tra le pareti bitorzolute della nuda pietra. È uno spettacolo per il quale alcuni hanno l'obbligo di partecipare. Un battesimo da cui pochi escono vivi. Se non ci fosse il sole a tenere in piedi gli ultimi sprazzi di realtà, si potrebbe credere di dimorare in un girone dell'inferno. Uno dei peggiori, uno dei più bui. È l'inizio di un'altra giornata lavorativa per i miniatori boliviani di Potosí. Un altro giorno di fotografie per Simone Francescangeli.

Dal 2015, il fotografo marchigiano racconta le comunità di minatori sparse nel territorio boliviano. Il suo progetto Like Dust affronta le difficili condizioni lavorative degli addetti minerari e le dure conseguenze sociali di una sopravvivenza in un ambiente endemicamente privo di prospettive di stabilità economica e di istruzione collettiva. Come sogni ad occhi aperti, le sue fotografie registrano l'alternarsi tra il dentro e il fuori, donando un «volto a chi non lo ha».

«Ricordo ancora il momento in cui ho capito che le storie di chi viene normalmente ignorato dalla società non potevano rimanere ulteriormente irrisolte», mi racconta Simone, via telefono. «Stavo affrontando un viaggio in moto. Mi trovavo a Cusco, Perù. Aveva appena piovuto; c'era fango ovunque. Durante una pausa dal tragitto, ho intravisto una bambina vendere delle cartoline. Mentre ne mostrava qualcuna ad un turista, le sono cadute tutte rovinosamente a terra. Cadendo, si sono imbrattate di fango. Nessuno, in quelle condizioni, le avrebbe volute più acquistare. Non so cosa mi sia scattato in testa in quell'istante! Io, insieme ad altri, ci siamo avvicinati a lei e gliele abbiamo comprate tutte. Non mi sono più dimenticato quegli occhi che mi guardavano. E come se avessero lasciato in me il desiderio di rispondere ad un grande interrogativo: perché non conosciamo i nomi, le storie e i desideri di chi ogni giorno si porta sulle spalle il peso del mondo? Da lì, si può dire, è iniziato tutto».
Quel tutto, in un incontro che sembrava destino, passa soprattutto dalla fotografia. Una scelta quasi obbligata, mi svela Simone, ma anche una conquista personale per chi, come lui, ha vissuto un passato faticoso: «ho qualche problema di dislessia - mi dice. Faccio fatica a scrivere a lungo e in una forma leggibile. La fotografia si è quindi rivelata essere da subito lo strumento di narrazione più efficace, quello che mi permette di esprimere sensazioni che altrimenti sarebbero impossibili da registrare altrove. In passato, a causa di ristrettezze economiche e problemi famigliari, non ho potuto dedicarmi ad altro che non fosse il lavoro e la scuola. La fotografia è stata quindi la conferma di una conquistata indipendenza: un'occasione per trasformare quell'amore rivolto al reportage che prima sussisteva solo nella lettura delle pagine dei settimanali. Se oggi scatto immagini è per emanciparmi e per testimoniare le vicissitudini di chi vive in bilico».

In Like Dust le comunità boliviane dei minatori vivono a migliaia di chilometri al di sopra del livello del mare. A quell'altezza vertiginosa, l'aria è rarefatta; il cibo e le infrastrutture bastano a malapena a soddisfare le esigenze di poche famiglie. La sopravvivenza, in un luogo che sembra essere la ferita aperta di un enorme creatura ancestrale, è legata ad una forma di sfruttamento lavorativo che tenta ogni uomo desideroso, o necessitante, di fare soldi facili. Non ci vogliono specializzazioni, né esperienza pregressa: se sei in salute, puoi iniziare domani.
In un ciclo ripetitivo di sudore, sofferenza e violenza, inasprito da fiumi di alcol che soffocano il manifestarsi di pensieri negativi, i minatori boliviani si spaccano la schiena. E rischiano la vita. Nulla sembra però allontanarli dalla brama del guadagno e del possesso. Molti dei loro profitti - la paga è settimanale, senza contratto - vengono spesi in oggetti di status e birra. La famiglia, per loro, è spesso un ostacolo, un contrattempo. In una società dedita alla sopravvivenza, un figlio maschio può rappresentare un investimento per il futuro (anche lui potrà diventare un minatore e contribuire alle spese), mentre, le figlie femmine, sono destinate ad un continuo reinventarsi giornaliero. Questo genera frustrazione, depressione, nei minatori, che sfociano presto in violenza domestica e irascibilità.

«Pochi riescono ad uscire da questo circolo vizioso», mi racconta Simone. «A subirne maggiormente le conseguenze sono soprattutto le donne e i bambini: la fetta della popolazione che rappresenta al tempo stesso la speranza di un futuro più roseo e il motivo per cui molti giovani intraprendono questo percorso». È un fatto culturale incontrovertibile, mi spiega: «se l'unica possibilità di sopravvivenza è dettata dal prendere un piccone in mano e scendere nelle viscere di una montagna, rischiando tutto, è facile cadercisi dentro e non riuscire a risollevarsi».

Proprio l'aspetto culturale, in Like Dust, è al centro delle ricerca del fotografo marchigiano. L'aver scelto di realizzare molte delle immagini nella città di Potosí non è casuale. C'è uno studio dietro, dettato dall'approfondimento di testi letterari, cronaca locale e musica tradizionale. Mi racconta Simone: «Potosí è storicamente il centro minerario più importante della Bolivia. Già dai tempi della colonizzazione spagnola, si estraevano minerali preziosi da utilizzare come moneta e gioielli di ogni tipo. Una miniera (Pulacayò) è stata in passato anche il luogo di residenza del Presidente dello Stato. In questo luogo, il potere politico è influenzato dalla miniera e dagli indotti economici delle imprese minerarie. I minatori sono gli unici a poter maneggiare la dinamite. Lo fanno per fini puramente lavorativi ma anche, storicamente, e in alcuni episodi, come strumento utile a sedare degli scontri».
Se la dinamite è un simbolo, il cameratismo tra i minatori è la chiave per superare le giornate lavorative più dure. Mi svela Simone: «Ho avuto la possibilità di avvicinarmi alle prime comunità di minatori facendo delle ricerche online. Ero già interessato alla loro storia, ma non avevo ancora trovato una formula che mi permettesse di conquistare la loro fiducia. Navigando online, ho trovato sui Social Networks dei gruppi di minatori che parlavano di calcio. C'è l'usanza, tra loro, di organizzare delle partite tra lavoratori di imprese differenti. Dopo qualche messaggio scambiato nei commenti, mi hanno invitato ad andare a Potosí per assistere ad un incontro. Non ci ho pensato più di un minuto. Ho preso il primo aereo e programmato quella che sarebbe diventata la base di Like Dust».

Il racconto di Simone Francescangeli convince; e lo fa in una formula che trova nella fascinazione di un approccio fotografico squisitamente latino - mi ricorda, a tratti, il buon Sergio Larrain - un appiglio per guidare lo spettatore nell'interpretazione di fatti che altrimenti potrebbero venir fraintesi. La storia che ci mostra Simone è piena di sfumature. I soggetti di Like Dust non sono messi alla berlina. Le sue fotografie non giudicano; sono taglienti, sì, a volte enigmatiche, ma non per questo risolutive: lasciano al lettore la libertà di scovare i propri indizi.
Simone parla spesso di «visione terza», come possibile soluzione per smuovere gli animi e porre interrogativi. Questa cosa, abbiamo convenuto insieme durante l'intervista, è chiara, e viene fuori sia dal bianco e nero, mai totale e oscuro, sia nella scelta del dittico come strumento di dialogo tra due fotografie, sulla carta grammaticalmente opposte ma concettualmente affini. C'è apertura, nelle sue immagini. C'è la volontà di far entrare lo spettatore in ambienti molto sensibili.
Quella di non farsi trasportare dai pregiudizi è una grande responsabilità, continua Simone, che passa anche dalla scelta dei soggetti giusti e delle situazioni più variegate. «Quando ho avuto l'occasione di poter entrare nella quotidianità di queste comunità - mi racconta - ho subito tentato di scegliere un individuo che fosse affidabile. Che non bevesse o avesse problemi sociali. Era fondamentale capire cosa spingesse queste persone a rischiare la propria esistenza per riempire le tasche delle imprese minerarie. E perché no, trasmettere anche, nel racconto, la possibilità di una via di uscita. Non tutti sperano di rimanere minatori per sempre».

In un lavoro come questo, la conquista della fiducia è vitale. Solo seconda, si potrebbe dire, alla preparazione tecnica, che Simone ha curato nei minimi dettagli. Utilizzando diverse macchine fotografiche e sfruttando accessori come flash, protezioni per la pioggia e cinghie in neoprene, il fotografo si è assicurato di proteggere l'attrezzatura dalla polvere e dai detriti. All'occorrenza, una piccola stampante termica sempre in tasca per mostrare il frutto del suo lavoro. Questi strumenti si sono rivelati fondamentali per rimanere in sicurezza - molte di quelle polveri portano a malattie respiratorie - ma anche per generare certe atmosfere che rendono il progetto di Simone un viaggio sensoriale strutturato su più tappe.
Il mosso, ad esempio, ci porta a conferire direttamente con aspetti del visibile che altrimenti verrebbero ignorati. Gli oggetti, quasi più eloquenti dei volti, ci trasportano invece dentro realtà incatenate al passato. Le storie sono molteplici ma tutte unite da un unico filo: la miniera come prigione più che come salvezza.

Like Dust è così una varietà di visioni che compongono un libro fatto di lunghi capitoli. Oltre alle testimonianze di chi lavora in miniera, troviamo le esperienze di donne passate dalla violenza e di enti benefici che tentano di portare un minimo di istruzione nelle comunità. Uno di questi capitoli, in particolare, mi ha colpito, per la stranezza dei contenuti. Si tratta dei riti che anticipano l'apertura delle miniere; riti secolari che coinvolgono aspetti magici e sociali ben radicati nei Boliviani.
Mi svela Simone: «Prima dell'ingresso in miniera, vengono eseguiti dei riti propiziatori atti a scongiurare possibili incidenti o mancanza di raccolta. Uno dei più importanti è quello che viene eseguito per El Tìo, figura ancestrale e padrone della montagna. I minatori gli offrono in dono foglie di coca, sigarette e alcool - rimedi che usano in abbondanza anche per eliminare, durante il lavoro, fatica e fame. Ma non finisce qui. Nei primi giorni di Agosto, sacrificano un lama per poi gettare il suo sangue all'entrata della miniera e sotterrare la sua carcassa nei terreni adiacenti. Così compiacciono l'idolo e ottengono la sua protezione. In Bolivia, i riti pagani e cristiani confluiscono insieme in una forma unica. Assistere a questi riti è stata un'esperienza mistica».

Innegabilmente Like Dust ci mette di fronte a qualcosa di molto più grande di noi. La storia di questi minatori è una storia lontanissima. Lo è per ragioni geografiche, ma anche, e soprattutto, per questioni culturali. Chi, guardando le condizioni di vita di questi minatori che sacrificano la propria giovinezza, non penserebbe: perché non scappare via? In una terra quasi priva di istruzione, non è così facile.
Simone Francescangeli riesce a toccare un tasto comune. In ogni parte del mondo esistono persone assoggettate a meccanismi sociali che schiacciano chi è meno fortunato. La cultura, in qualche modo, può offrirsi come una porta di accesso al cambiamento. Non è una congettura. Dei casi, mi dice Simone, esistono.
«Per diversi mesi ho fotografato un ragazzo che rimaneva sveglio interi giorni pur di poter studiare. La mattina si svegliava per andare in miniera e la sera sfogliava questo vecchissimo quaderno dove imparava a scrivere e leggere. Ora ha aperto tre attività in paese. Porta da mangiare alla famiglia e dà lavoro ad altri coetanei. La sua, come anche molte altre storie di giovani donne rimaste vedove o uscite dal circolo infernale delle miniere, che ho raccontato in Like Dust e che mi porto tutt'ora nel cuore, rappresenta un accenno di speranza per un futuro migliore».
Gli chiedo se la fotografia possa quindi contribuire a questo obiettivo: trasportare le persone verso una maggior consapevolezza di un problema. «Si - mi dice - credo che la fotografia abbia ancora la forza di poter fare ciò! Abbiamo dimenticato come l'essere umano sia più di un numero. L'uomo ha un valore, una dignità. Portare queste storie alla luce è fondamentale per mettersi in discussione e non perdersi».

Chi è Simone Francescangeli?
Simone Francescangeli è un fotografo di origini marchigiane. Attratto dall’essere umano, dalla natura, dal continuo confronto con parole antiche come “dignità” o con quello del peso e delle difficoltà della vita di tutti i giorni. Tenta di scoprire modi e forme per approcciare il significato della parola "vita". Spinto da queste motivazioni, Simone cerca continuamente di evolvere il proprio “linguaggio”, approfondendo e sviluppando un personale modo di raccontare il coinvolgimento umano. Si dedica all'incontro con le anime nell’intento di dargli un nome. La sua narrazione si sviluppa e contamina con testi, fotografie, racconti multimediali o cortometraggi. Diversi i riconoscimenti e le pubblicazioni. Le storie principali sono state raccolte lungo i sentieri d'Etiopia, al fianco di pellegrini, a bordo di imbarcazioni di pescatori artigianali nell'Oceano Pacifico o in isolamento sostenibile, nelle miniere boliviane, sui ring cubani ed altro ancora. Qui il suo Instagram.


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