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Ishiuchi Miyako: la fotografa dallo sguardo coraggioso

Ishiuchi Miyako: la fotografa dallo sguardo coraggioso

Ishiuchi Miyako è una fotografa giapponese dalla storia incredibile. L’ho beccata quasi per caso, mentre cercavo del materiale utile ad ampliare le mie ricerche culturali sulla fotografia di strada del Sol Levante.

Mi ha colpito particolarmente. Non ne avevo mai sentito parlare e mai ne ero venuto a conoscenza. Eppure mi è bastato leggere qualche articolo e vedere una sua intervista per capire come sia stata una tra le fotografe di strada giapponesi più influenti.

Lei ha costruito, nel tempo, un percorso artistico contraddistinto da scelte di vita coraggiose, di ribellioni sociali e di una visione fotografica profonda nel contenuto e laconica nell’approccio. Mi era davvero sfuggita e solo ora mi rendo conto del grosso danno che mi sono fatto!

Ho pensato così che valesse la pena raccontartela, dedicandole qualche breve frase qui sul blog e lasciando aperta la porta ad ulteriori interventi futuri — magari provenienti da te, che stai leggendo questo articolo e di fotografia di strada giapponese ne sai più di me.

Ishiuchi Miyako. La fotografia ti salva per davvero.

Esiste una piccola cerchia di fotografe giapponesi, meno conosciute, che ha raccontato, con molto coraggio, le sensazioni e le preoccupazioni di un interno popolo appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale. Ishiuchi Miyako è tra queste.

La fotografa nasce a Yokosuka, nel 1947, in un distretto famoso per la prostituzione e per l’opprimente controllo americano sulla vita e la cultura dei cittadini. La città in cui cresce Ishiuchi versa in condizioni esasperanti: le strade sono sporche, sordide, e il rischio di rimanere coinvolti in scontri pericolosi con perfetti sconosciuti è altissimo.

Ishiuchi adolescente non è consapevole del tutto di quanto accada veramente all’interno della sua città, ma inizia ad odiarla pian piano, ogni giorno di più, come se ne percepisse a pelle il male al suo interno. Riesce a sfuggirle solo al raggiungimento della maggiore età, quando scappa dalla sua terra natale per trasferirsi a Tokyo e studiare lì design tessile.

Yokosuka Story (1978–1979) © Ishiuchi Miyako

Tokyo non è Yokosuka e Ishiuchi lo capisce fin dalle prime settimane. La fotografa cresce all’interno di un ambiente ricco, fervido di occasioni e a contatto con i personaggi più influenti del panorama artistico giapponese. Non a caso è proprio qui che prende in mano la sua prima macchina fotografica, nel ’75, scegliendo subito di farne uno strumento di scoperta e di ricerca.

La fotografia diventa subito per lei una risposta alle sue domande, quelle più interiori, e una medicina che l’aiuta ad esprimere se stessa, senza filtri e senza scrupoli morali. Una cosa difficile in una cultura in cui la rappresentazione dei propri tormenti e delle proprie angosce viene vista, ancora oggi, con molto sospetto e grande vergogna.

Tokyo è magnifica. La vita scorre serena, ma Ishiuchi è sempre più tormentata da un dubbio: qual è la vera anima di Yokosuka? E c’è ancora speranza per lei? Così, come capita spesso agli animi più sensibili, sopraggiunge presto in lei la necessità di ricongiungersi con la sua terra, o almeno di darle una seconda occasione.

Torna quindi a Yokosuka, inizialmente per qualche giorno, per poi trasferirsi lì per lunghi periodi. Costruisce una piccola camera oscura nella vecchia casa dei suoi genitori e dà inizio al suo progetto fotografico, quello che la rese molto famosa in tutto il mondo: “Yokosuka Story“.

Yokosuka Story è il primo lavoro stampato e rifinito di Ishiuchi Miyako. Al centro del progetto c’è la visione enigmatica di Yokosuka e dei suoi bassifondi. La fotografa pagò la realizzazione delle prime copie con la dote del suo matrimonio — per fortuna, fu un grande successo.

Il progetto è struggente, fortissimo nelle forme ed eloquente nelle procedure. Le sue immagini ci parlano della sua città natale, vista con gli occhi della stessa bambina che ne varcava, per la prima volta, le strade. Questa volta però non c’è la ragazza tormentata dagli incubi, ma una munita di una nuova e più matura consapevolezza: tutto quello inquadrato è frutto di un indicibile ingiustizia.

Ishiuchi ritorna, con coraggio e determinazione, in quei distretti pregni di immoralità e di sporcizia, gli stessi che la spaventano da piccolina e che la tenevano sveglia la notte. Usa la sua fotocamera, la sua fedele alleata, per farsi da scudo e superare la paura di confrontarsi con questa orribile realtà.

Scopre nuove zone, nuove famiglie; si fa degli amici ed intesse con loro, e con quel territorio che pensava inospitale ed angusto, un nuovo rapporto fatto di legami veri ed intimi. Yokosuka fa schifo, ma si può ancora salvare.

Il progetto ebbe un successo pazzesco e le aprì le porte alle prime mostre internazionali e locali condivise con altri autori di spessore mondiale, tra cui Daido Moriyama ed Araki, e alla pubblicazione di altri numerosi volumi (tra cui Yokosuka Again, la seconda analisi sulla sua città).

Yokosuka Story (1978–1979) © Ishiuchi Miyako

Ma cosa rende fotograficamente Ishiuchi così straordinaria? Il suo stile è semplice, fatto di piani ravvicinati e di dettagli. Si avvicina ai suoi soggetti, con il sorriso e con l’occhio curioso, e cerca di carpirne di sfuggita l’essenza, cogliendo da loro tutti quegli elementi che definiscono un ambiente, o un essere umano, e che lo rendono tale.

All’interno delle sue inquadrature ci sono soprattutto gli abitanti delle strade, colti in momenti di tensione o di totale spensieratezza: uomini, donne e bambini che dopo essere stati inquadrati si domandano cosa ci faccia una donna fotografa in quelle vie, che di bello, e di interessante, hanno davvero ben poco.

Ma troviamo anche luoghi disabitati, consumati dal tempo e corrotti dalle intemperie; case minuscole, in cui gli oggetti strabordano e in cui una famiglia si fa stretta stretta per entrarci tutta; edifici del demonio, dove scorre l’alcool e dove le donne vengono stuprate. Ed infine i quartieri più malfamati, dove il pericolo si percepisce anche senza vederlo.

Ishiuchi si chiede spesso come raccontare le cose. Le viene spontaneo, come ai bambini, metterle sempre in primo piano, al centro della sua inquadratura, senza lambiccarsi troppo il cervello su questioni estetiche o formali.

Racconta di se stessa, partendo dalle tracce del passaggio di un essere umano sul territorio, per poi sfociare nell’intimo, nella profondità delle cose. Lo fa attraverso quei luoghi e quelle componenti che toccano il politico — come la presenza americana sul territorio — ma anche con i suoi ricordi e con le sue esperienze passate.

© Ishiuchi Miyako

Un modo di fare che percepisci immediatamente guardando le sue immagini: pesanti, a tratti angoscianti e per alcuni aspetti rivelative. L’utilizzo di questa grana, così evidente e disturbante, definisce il suo stile e ne aumenta i virtuosismi. Un lavoro che passa anche dalla camera oscura, oltre che all’essere presente nel luogo dove si svolge la vita.

Il suo è un lavoro magnifico, ancora in evoluzione e mai del tutto finito. Dopo aver trattato per anni la sua storia e aver ripercorso i suoi passi da adolescente, ha deciso di dedicarsi completamente al tema delle donne e delle sofferenze umane.

Ne ha fatta una sua missione, un suo scopo della vita. Ha prodotto diversi libri, da Mother’s (2002), il suo omaggio a sua madre, fino a Postwar Shadows (2005), dove ha raccontato il disastro di Hiroshima con gli indumenti delle vittime.

La fotografia è solo documentazione, è tale deve rimanere. Questo assioma imposto da uno Stato e da una cultura che per anni ha tarpato le ali agli artisti giapponesi, le scivola sopra. Ishiuchi Miyako ha sempre prodotto lavori che potessero renderla felice o che la potessero liberare da un tormento. Ha sempre anteposto la sua sensibilità e la sua necessità di rispondere alle sue domande al centro di ogni progetto.

La sua fotografia è potente e ci raggiunge senza chiedere il permesso e senza doverci spiegare il perché di alcune faccende. Un modo coraggioso, e a tratti nocivo, di vedere le cose che ci circondando; uno sguardo indagatore che passa dall’osservare la vita con la presunzione di strappargli qualche verità, qualche pezzo della sua sostanza che possa farci capire il motivo per cui stiamo al mondo.

Quando si dice che la fotografia ci salva non è mai un’ipotesi, ma una possibilità reale, che nel caso delle immagini di questa straordinaria fotografa giapponese è più vera che mai. Ti invito a darle una possibilità, come lei la diede alla sua Yokosuka. Sono sicuro che non te ne pentirai.

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