La magia si insinua spesso tra le pieghe di una fotografia del reale. A volte lo fa intervenendo superficialmente, addolcendo le curve spigolose di un soggetto eccessivamente didascalico, altre volte, invece, agendo in maniera totalizzante su l'intero fotogramma, per prenderne, di diritto, le redini del suo destino.

Guardando l'immagine di Chris Steele-Perkins, scattata nel 1999 all'ombra del Monte Fuji, mi vien da pensare che siamo di fronte ad uno di questi casi, il secondo, per la precisione, dove la magia ricopre tutto di un'indicibile bellezza.

Monte Fuji, di Chris Steele-Perkins, è a mani basse una delle più belle fotografie dell'autore inglese. Basta guardarla qualche istante per assorbirne la sua energia: una manifestazione vibrante di puro colore che inquieta, aggredisce e rasserena.

Un climax di sensazioni che oggi tento di raccontarti in questo articolo.

Una veduta per "niente romantica" 🏔️

Un rosso prominente rompe lo schermo. L'ambiente è spoglio, brevemente accennato nelle linee da una recinzione larga qualche spanna; in alto, una montagna intangibile, vacua, guarda corrucciata il suo osservatore; una scia colorata, in mezzo, attraversa tutto il fotogramma, ipnotizzando chi la osserva.

Verrebbe da pensare che ci troviamo catapultati in una pellicola ispirata a qualche libro di Stephen King, girata da David Lynch. Eppure quello che abbiamo davanti non è altro che un connubio inverosimile tra natura e paesaggio urbano, un incontro - scontro tra artificiale e naturale che collima in un unico quadrante.

Sono numerose le reminiscenze che questa fotografia di Chris Steele-Perkins si porta a presso. La prima volta che l'ho vista sono rimasto impietrito dalla bellezza del momento catturato. L'immagine sembra racchiudere tutte quelle caratteristiche che potremmo aspettarci da una buona fotografia: una grande atmosfera, un soggetto eccezionale e un rimando perpetuo all'invisibile.

Chris Steele-Perkins, innamorato del Giappone, racconta lucidamente quel primo momento in cui ha incontrato il Monte Fuji, insieme alla moglie:

«Ad un certo punto Miyako [mia moglie] mi fece notare la vista della montagna. Al momento non mi esaltò ma poi vidi dei lavori stradali e capii che sarei riuscito a cavare fuori qualcosa di interessante da quelle luci artificiali così tremolanti. Ero rimasto folgorato da quella scena. Volevo a tutti i costi catturarla».

Prima di arrivare a quel capolavoro di colori, Chris scatta una fotografia da un ponticello lì vicino, tastando il terreno per quello che sarebbe venuto dopo.

Fuji, 1999 © Chris Steele-Perkins

La fotografia, al contrario del Monte Fuji (l'immagine), o Red Fuji, come i giapponesi chiamano la montagna quando si tinge di rosso al tramonto, manca di magia, di un collante tra urbano e naturale, qualcosa che la rendi speciale.

Ci sono una stazione di rifornimento, la strada e il Monte Fuji alla spalle. Tutto è spento, poco invitante: sembra essere una delle tante cartoline del paese. Chris era invece alla ricerca di altro, ispirato da tempo dalle vedute del Fuji di Hokusai.

Racconta, sulle pagine di Magnum: «La prima vista che uno straniero ha del Fuji è sul treno ad alta velocità in partenza da Tokyo, quando la montagna si erge dal paesaggio industriale circostante. Questa è la realtà poco romantica del luogo e nella maggior parte delle rappresentazioni fotografiche non c'è quasi alcun segno di attività umana. Io volevo invece rappresentare il Giappone contemporaneo all'ombra del Fuji, così come l'ho trovato e, nel mentre, scoprire il paese».

Il provino a contatto (qui sotto riportato) parla chiaro: da quella scena, in pieno stile Stephen Shore, passa alla realizzazione di qualcosa di totalmente diverso. Macchina su cavalletto, tanta pazienza e uno schema visivo ben preciso.

Al centro la montagna, imperante, costeggiata da una strada di un rosso accecante. Una luce, verdastra sullo sfondo, filtra, lentamente, all'interno dell'obiettivo, trasformando l'ambiente in una messa in scena cinematografica. Il luogo riesce ad esprimere contemporaneamente intrigo, inganno e pericolo. Davanti a quella montagna ci sentiamo tutti piccoli, a prescindere dalla nostra stazza.

Lascia senza fiato. Davvero. La guarderei per ore. Sembra un mondo lontanissimo dalla realtà e al contempo parte della nostra esperienza collettiva. Mi spaventa, a volte, quella visione, altre mi attira a se come una cantilena ammaliante.

Monte Fuji non è una fotografia come le altre. Nasconde un mistero insondabile. Una creatura assopita che risiede al di là di quella recinzione pronta a ghermirci.

Provino a contatto di Fuji City © Chris Steele-Perkins (fonte magnumphotos.com)

Continuo ad amare questa fotografia anche dopo tanti anni dal primo incontro sulle pagine di "Magnum: la scelta della foto". Il perché non lo so. Quando ci si mette in mezzo la magia è difficile spiegare razionalmente cosa mi colpisca di più di una fotografia. Sono sensazioni personali, che toccano le corde più profonde dell'anima e che le parole, in tal senso, fanno fatica ad esprimere lucidamente. Posso però dirti che a renderla speciale, grosso modo, è la sua semplicità.

Monte Fuji di Chris Steele-Perkins si avvale di un semplice gesto tecnico. Una lunga esposizione (circa 3min) e un movimento in avanti del fotografo a coprire, quando serviva, con il cappotto, le luci delle macchine di fronte all'obiettivo.

Non c'è altro, né post-produzione, né oggetti tolti od inseriti dopo.

A far tutto il lavoro sono l'atmosfera, lì inscenata da qualche entità sovrannaturale, e l'occhio di un fotografo non qualunque. Un ambiente reso perfettamente in immagine e che non tutti sono in grado di esprimere con tale potenza. Ci vuole bravura. Esperienza. Capacità di saper interpretare e trasformare lo spazio.

Una montagna. Una recinzione. E la luce del mondo. Altro sarebbe superfluo.

In fondo la fotografia fa questo, far traslocare lo sguardo e la mente dell'osservatore da un oggetto comune - la montagna - a qualcosa di straordinario, senza minarne completamente la sua struttura esterna o regredirlo ad un forma ancor più aleatoria, incomprensibile. Offrire, in altre parole, delle tracce del visibile al pubblico così da fargli trovare, attraverso loro, la strada più percorribile, stimolando i recessi della propria interiorità e le esperienze del passato.

Un sorta di patto che si stringe tra fotografo ed osservatore con l'intento di non chiudere il dialogo, ma di rimandarlo ad ulteriori considerazioni future.

Quelle considerazioni, a fine di questo articolo, tornano a bussare alla mia porta, riaccendendo l'interesse per quella montagna di cui ancora non sono riuscito a carpirne le intenzioni. Quella magia, insomma, non si è affievolita del tutto. Sento che il mistero e la creatura che risiedono là dentro meritano altre attenzioni.

Questo basta a farmi ritenere "Monte Fuji" un vero capolavoro senza tempo.

Mi piace questa apparente confusione. È quel tipo di fotografia che non si interpreta immediatamente; la si guarda e ci si chiede: che cos'è? Cosa sta succedendo? Questo è ciò che voglio. È ambigua e, spero, travolgente - Chris Steele Perkins
Monte Fuji, 1999 © Chris Steele-Perkins

Chi è Chris Steele-Perkins?

Chris Steele-Perkins è un fotografo di origini inglesi. Collabora con la Magnum Photos dal 1979. Le sue immagini sono caratterizzate da composizioni essenziali e da uno sguardo rivolto all'eccentrico e al bizzarro. Tra i suoi lavori più importanti ricordiamo The Pleasure Principle e England, My England.

Fonti utilizzate:
  1. Making the Image: Red Fuji (magnumphotos.com)
  2. Magnum Contact Sheets (Thames & Hudson, 2017)
  3. Tokyo Love Hello. La Tokyo di Chris Steele-Perkins
Tokyo Love Hello. La Tokyo prorompente di Chris Steele-Perkins.
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