Ciao, mi chiamo Gianluca e non scatto una fotografia per me stesso da più di un anno. Mi vergogno un pò a scriverlo e rileggerlo, con questo tono da riunione per alcolisti anonimi, non mi aiuta per niente.

L’arrivo della pandemia ha soffocato completamente ogni mia propensione ad uscire in strada e scattare delle fotografie in mezzo alla gente. Una pratica che mi faceva stare bene e di cui me ne vantano con chi non capiva cosa ci trovassi a “catturare” dei perfetti sconosciuti alle prese con le loro attività quotidiane.

<<Non puoi capire, è come congelare un momento irripetibile. È come rendere straordinario un qualcosa su cui non ci avresti puntato neanche un minimo cent>>. Ci credevo e lo ripetevo ad alta voce, in modo tale che tutti potessero sentirmi e dire tra se e se che forse, nel profondo, non avevo poi così tanto torto.

Si parla di Street Photography ovviamente, un genere a cui sono molto legato e che nel tempo mi ha permesso di scoprire il mondo della fotografia sotto tanti punti di vista.

Eppure, pur amando quello che faccio, non ho avuto il coraggio, in questi mesi, di imbracciare la mia fotocamera ed uscire di casa a scattare delle fotografie. Preferivo fare altro: gettarmi sui libri o scrivere di fotografia su The Street Rover.

Una sorta di blocco, di paura, che mi ha tenuto ancorato nella mia alcova e mi ha fatto credere di poter sopravvivere senza scattare delle fotografie per me stesso per chissà quanto tempo ancora — che stupido a pensarlo!

Ho scattato in questi mesi solo per motivi lavorativi od accademici. Non ho abbandonato completamente la fotografia ma ho realizzato gran parte dei lavori con molte difficoltà — © Gianluca De Dominici

Una strana sensazione. Mi sono sentito come un soldato che ha abbandonato il campo di battaglia prima del dovuto; come un pittore che lascia a metà il suo quadro per poi non concluderlo mai. E non è che non ci abbia provato: sono uscito qualche volta ma non avevo il minimo desiderio di alzare la mia fotocamera per registrare delle scene spente e prive di senso — o almeno mi apparivano così.

Non so spiegarti bene a cosa sia stato dovuto questo blocco. Sicuramente un pò per la paura di entrare a contatto con persone sconosciute e in parte per la mancanza di energie e volontà.

Ma credo che la risposta più giusta, in questo caso, sia più di natura psicologica: non avevo minimamente l’intenzione di gettarmi in contesti altamente tesi ed improntati verso un’esposizione negativa della società.

Ho sempre visto la Street Photography come un genere allegro, surreale e sarcastico. La sola idea di dover fotografare persone tristi, bardate fino agli occhi e con l’umore sotto le scarpe, mi faceva sentire come un alieno in mezzo alla folla.

Lo so cosa stai pensando, avrei potuto girargli attorno, certo, cercando altro o puntando sull’aspetto più formale per evitare quegli sguardi ottenebrati. Avrei potuto scegliere dei soggetti al di fuori della realtà, ma non avrei potuto vivere al 100% l’anima della strada. Ne sarei rimasto al confine, in un mondo creato appositamente per me e non aperto a nessun altro.

Difficile, tremendamente difficile. Scegliere di fotografare in questo periodo è stato come escludere a priori la possibilità di poter tornare a casa felici. Perché se sei una persona empatica, sensibile, non puoi rimanere indifferente di fronte alla realtà dei fatti: c’è stata una pandemia, la chiusura di molti locali e la morte di molte persone.

E sfido chiunque a dire che praticare la fotografia di strada nell’ultimo periodo sia stata una sfida entusiasmante e ricca di opportunità. Mentono a loro stessi e a tutti coloro che hanno preferito mettere da parte la propria fotocamera per dedicarsi ad altro.

Perché parliamoci chiaro, ho fatto fatica io, che non potevo fare a meno di portare la mia macchina ogni volta che uscivo, e non mi immagino i miei colleghi, che la strada la vedevano molto più di me e in diversi momenti della giornata.

Tutti abbiamo avuto le nostre difficoltà e tutti siamo stati testimoni di questo accaduto. Ma mi piace pensare che c’è sempre una luce in fondo al tunnel e io l’ho trovata qualche giorno fa, durante una corsetta settimanale.

Ho visto questa scena, caratterizzata da una luce meravigliosa e da un silenzio chiarificatore, e non ho potuto resisterle. Ho interrotto la mia corsa, ho preso il cellulare e ho scattato questa fotografia.

Eh si, non sarà granché e non vincerà nessun premio internazionale di fotografia artistica, ma l’ho scattata perché sentivo di farlo — ed interrompere una corsa per questo equivale per me come ad una diserzione militare.

È stato uno scatto fatto per me stesso e per nessun altro. Ci sono le mie care ombre, la natura rigogliosa e cullante e la luce delle mille opportunità. C’era tutto, a pochi passi da me e pronto ad essere abbracciato.

Non le ho resistito e dopo averla scattata sono stato subito meglio. Avevo bisogno di risentire la necessità di realizzare un’immagine senza pensarci troppo, di catturare un momento e conservarlo nella mia memoria senza doverlo per forza condividere con qualcuno nei Social Networks.

Ci sono riuscito e la paura di quel blocco che mi ha tenuto lontano dalle strade è scivolato via, tutto di botto. Ora sto meglio, ma non so se sono ancora pronto a fare Street Photography come una volta.

Sono però più positivo e speranzoso di poter tornare a scattare il prima possibile. Questa volta non ci sarà niente e nessuno a fermarmi, te lo prometto.

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