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Walker Evans e i suoi Subway Portraits alla 007

Walker Evans e i suoi Subway Portraits alla 007

Tutti, almeno una volta nella vita, siamo entrati a contatto con le immagini di Walker Evans. Il fotografo è stato considerato dalla critica uno dei più importanti esponenti della fotografia paesaggistica americana, oltre che uno dei volti più curiosi del gruppo della FSA.

Subway Portraits è uno dei suoi ultimi lavori, forse quello meno conosciuto, prodotto che potremmo dire aver anticipato quella cultura dello scatto all’interno dei mezzi pubblici tutt’oggi così perseguita dai fotografi di strada di tutto il mondo. Ma come realizzò Evans queste sue strabilianti immagini?

Agente Walker Evans a rapporto signore!

Gadget fotografici e spionistici da tutte le parti. Sembra questa essere la sorte della nostra società contemporanea alle prese con una battaglia etica senza fine. Uno scontro perenne tra libertà e sicurezza.

Se però oggi siamo abituati ad essere osservati costantemente da occhi indiscreti, negli anni a ridosso della II Guerra Mondiale, era ancora un pensiero forse troppo fantascientifico per molti — se non per i militari, già avvezzi all’utilizzo di questa strabiliante apparecchiatura per fini strategici.

© Walker Evans

Ed è proprio su queste vie spionistiche che si muove Walker Evans per la realizzazione del suo progetto fotografico: Subway Portraits (1938–1941). Il fotografo americano, impersonando per pochi istanti un agente segreto in giacca e cravatta, attraversa gli spazi angusti, maleodoranti e stretti delle metro cittadine per catturare i volti e le espressioni delle innumerevoli subculture del suo paese.

Dove sta il trucco? Una piccola macchina 35mm nascosta sotto il giaccone e connessa ad un meccanismo meccanico per lo scatto in remoto — il piccolo obiettivo della macchina sostituì un bottone del copri abito.

Evans non costruisce o altera nessun tipo di situazione. Non è nemmeno incaricato di registrare possibili futuri criminali da tenere sotto osservazione. Rimane lì, fermo, come qualsiasi altro cittadino, provando a cogliere, con naturalezza, quei minimi movimenti facciali che descrivono perfettamente gli animi turbolenti dei comuni viaggiatori.

Un uomo qualunque che si assume un compito quasi gravoso: imprimere su pellicola la fragilità, la speranza e la gioia delle persone senza chiedere nulla in cambio. Senza infrangere il silente accordo tra fotografo e soggetto. Ma perché proprio la metro?

La metro: un luogo pregno di socialità e di frattura

La scelta di scattare all’interno delle metro denota una grande conoscenza antropologica e sociologica del fotografo americano. Basti pensare che qualche anno prima aveva tentato di far diventare la scrittura il suo mezzo prediletto per analizzare la condizione del suo paese, per poi passare, dopo qualche delusione lavorativa, allo sfruttamento pieno dello strumento fotografico.

© Walker Evans

La metro della Grande Mela è un mezzo di trasporto molto economico, utilizzato soprattutto dalle classi medio basse e basse per spostarsi velocemente da un punto all’altro della città. È un luogo dove si assapora e si respira la vita senza filtri. Un luogo dove le persone si osservano, si guardano, cercando di mettersi in pari con il flusso accelerato della contemporaneità per non rimanerne estraniati, o incastrati, senza una via di uscita.

Evans non ha la minima intenzione di criticare o deridere nessun tipo di comportamento, o classe sociale, nel suo lavoro. Elude perfettamente ogni qualsivoglia presa di posizione politica per lasciare spazio a questo compendio di volti, espressioni ed emozioni che costruiscono un mosaico schietto di una comunità variopinta.

Ogni immagine ci racconta una storia. Quegli uomini, donne e bambini assorti nei loro pensieri viaggiano fisicamente e mentalmente in posti lontani. È come se si trovassero in una capsula del tempo, congelati fino al raggiungimento della prossima stazione: il luogo dove ha inizio la loro vita.

Un epopea giornaliera non esente da svolte e da possibili avventure per quegli uomini di tutti i giorni. Potenziali eroi? O le ennesime vittime di un mondo ormai troppo veloce? Evans non ci dà risposte, ma apre a molteplici chiavi di lettura.

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