Nel mondo del colore e dell’America con le sue stranezze e fantasmi, splende il nome di William Eggleston. Il fotografo di origini americane ha perpetuato nel tempo uno stile inconfondibile fatto di oggetti, punti di vista eccentrici e colori sgargianti.

La sua ricerca parte dal banale per poi sprofondare nelle visioni malinconiche e nella quietezza d’animo. “Red Ceiling” fa parte di quella cerchia di immagini che sono diventate famose per essere nulla più che una rappresentazione significante dell’insignificante.

Dietro a quest’immagine gira inoltre una storia che sembra essere stata l’emblema, non solo di un processo fotografico innovativo, ma anche di un evento straordinariamente drammatico.

Eggleston e il suo rapporto inquietante con il colore rosso

Immenso, esplosivo ma difficilissimo da rappresentare: il rosso è un colore arduo da fotografare ed Eggleston non si esimia da non rammentarlo più volte all’interno del suo documentario “William Eggleston — Imagine“.

Il rosso, continua il fotografo, non si abbina omogeneamente a tanti colori e per questo molte volte richiede una sua completa assimilazione e distensione all’interno del fotogramma.

Mississipi, 1973 © William Eggleston

Nel 1973 si trovava nel Mississipi, a casa del suo amico TC. Stava discutendo con lui e sua moglie del più e del meno, disteso in un ampio letto. Le parole divagavano, toccando argomenti che andavano dalla politica fino alla quotidianità.

Nel bel mezzo di una discussione, ecco però che William alza lo sguardo, ponendo la sua attenzione sul soffitto. Era spoglio, ma estremamente interessante nella mente del fotografo. Ad un tratto tutti si zittirono, facendo sprofondare nell’ambiente un silenzio quasi mortuario.

Eggleston distolse lo sguardo dall’amico, prese la fotocamera con il suo flash e scattò. Quel rosso così accesso, che abbracciava quella lampadina sospesa a fatica, era un soggetto troppo invitante da farsi scappare.

Non so voi, ma quel soffitto mi incute un certo timore. Sarà per la fatiscenza di quella lampadina che sembra presagire una caduta imminente, se non addirittura un’incendio causato da un cortocircuito di quei fili esposti, o per le immagini vagamente osè, presenti sul margine destro dell’inquadratura. Oppure ancora per quella chiara citazione, magari neanche troppo pensata, del “Caffè di Notte” di Van Gogh o della “Stanza Rossa” di Matisse.

Tutto in questa immagine ci colpisce e lo fa fortemente, pur avendo la piena consapevolezza di starci mostrando un qualcosa di davvero banalissimo, di estremamente comune.

Il rosso è un colore forte e all’interno di questo ambiente ci descrive un tratto caratteristico della vita dei suoi usuali residenti — evidentemente persone con pessimi gusti in fatto di arredamento. Ma in realtà il luogo sembra invece raccontarci un’altra storia.

Caffè di Notte (1888), Van Gogh

Quella stanza rossa, inquietante e malmessa sembra il perfetto luogo dove può compiersi un omicidio — come quelli nei film, dove rapiscono le persone e le rinchiudono in queste case semidistrutte, distanti chilometri dalle città. La fantasia ci rapisce e ci porta a pensare molte volte all’inverosimile ma, ahimè, questa volta no. Il peggio è davvero accaduto.

L’amico di una vita di Eggleston, TC, è stato proprio assassinato in casa sua, presumibilmente per una questione legata alla droga, e quel rosso così acceso, da prima ricollegato alla pulsione sessuale, enfatizzata da quelle illustrazioni erotiche, ora acquista un altro significato. È il sangue versato del suo proprietario. L’eterno scontro tra Eros e Thanatos, tra la vita e la morte.

È il tacito testimone dell’omicidio più cruento degli ultimi 10 anni. L’arte ci parla spesso della vita, ma qui raggiungiamo delle vette davvero inquietanti. Insomma, un’immagine che dice tutto, pur non avendo mai avuto la supponenza di farlo. Che Eggleston non sia sotto sotto un veggente?

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