Jill Freedman e l’ottimismo delle masse più bistrattate

Jill Freedman e l’ottimismo delle masse più bistrattate

Esistono tante New York in un piccolo spazio ristretto: c’è quella di Joel Meyerowitz, colorata ed aperta al surreale; quella di Bruce Gilden, fatta di volti arcigni e distorsioni accattivanti; e poi c’è quella di autrici come Jill Freedman: fotografa che ha fatto della sua attività autoriale un motivo di orgoglio e vanto personale.

Jill è una di quelle autrici che difficilmente passa inosservata, e lo si evince dalla bontà delle sue immagini, che strappano quasi sempre un sorriso, e da quella energia nascosta, inesauribile, che come un reattore nucleare, la spinge ogni giorno ad incuriosirsi delle storie più strampalate dei cittadini del mondo.

Amore, guerra, pace e conflitto. Non esiste tema che non sia passato dalla fotocamera di questa straordinaria donna. Ma chi era la fotografa in questione? E perché è così importante?

Biografia Jill Freedman

Jill Freedman nasce a Pittsburgh, Pennsylvania, nel 1939. Si laurea in sociologia all’università della sua città nel 1961. Dopo gli studi inizia a viaggiare per l’Europa, guadagnandosi da vivere come cantante di un piccolo gruppo. Nel 1964 torna a New York.

Qui troverà un lavoro come copywriter in una importante agenzia pubblicitaria — lavoro che odierà, ma che le permetterà di avvicinarsi al movimento di Martin Luther King e alla fotografia.

Nel 1966 si sveglia con un desiderio irrefrenabile: comprare una macchina fotografica e iniziare a fotografare per le strade della Grande Mela. Una passione che la porterà ad essere testimone dei movimenti attivisti di quell’epoca e a dare avvio ad un percorso autoriale oggi riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.

Tra le sue traversate pionieristiche e tra i suoi progetti più incisivi ricordiamo: Circus Days (1977), Firehouse (1977), Street Cops (1982) e Ireland Ever (2004). Sono inoltre state pubblicate nel tempo delle raccolte di fotografie sparse che mettono al centro della ricerca l’ottimismo, la resilienza e lo spirito di sacrificio di una parte della società sempre più esiliata.

Il processo creativo di Jill Freedman

Jill Freedman è immensa. Avevo visto in passato le sue immagini, passate momentaneamente in sordina, come molte altre di altri grandi nomi, e non ho avuto la prontezza, in quell’istante, di approfondire la sua storia.

Ho pensato ingenuamente fosse una di quei personaggi ingiustamente osannati dal popolo; uno di quegli autori riconosciuti per qualche fortuito scatto, realizzato al momento giusto, in preda magari al delirio di altre attività, ma stranamente bastevole, per garantirgli anni e anni di copertine su TIME e qualche intervista in TV. Un grosso errore. L’ho ignorata per troppo tempo, e solo ora mi accorgo dell’enorme sbaglio che ho commesso.

© Jill Freedman

Jill Freedman è la semplicità fatta persona. La sua storia è meravigliosa, contraddistinta da un coraggio lodevole e da un’amore per la vita incalcolabile. Si è fatta strada da sola in un mondo, e in un periodo storico, in cui la fotografia di reportage aveva un certo peso.

Si è buttata a capofitto in una dimensione totalmente maschiocentrica: uscendone incolume, edificata, e con più di qualche soddisfazione nel suo percorso fotografico.

Jill Freedman è questo e molto altro, e chi ne capisce di fotografia apprezzerà subito il suo stile, parco ed essenziale, e il suo sguardo, indirizzato sull’analisi sociale delle zone più disagiate della sua città. Jill non ha i superpoteri: si fa piccolina, invisibile, e sgattaiola dove la vita brulica di sapori ed odori. Rizza le antenne, come un insetto, e ascolta i passanti per capire dove si realizzerà a breve la prossima baraonda per essere lì prima di tutti. Lei è pronta, lo è sempre stata.

Dalla sua pellicola passano le comunità inascoltate e tutti coloro che hanno visto nel tempo precludersi le strade del successo e della felicità. Ci sono bambini, ragazzi, barboni e donne agli estremi delle loro energie. Ci sono lavoratori che rischiano la vita. Ci sono uomini che si battono per i loro diritti e per le ingiustizie. Tutti dentro la sua inquadratura. Nessuno viene escluso o messo da parte.

Un collegamento invisibile unisce i suoi soggetti: un messaggio di speranza ed ottimismo, sottinteso, che ci fa credere ardentemente che le cose possano cambiare, che la vita ci sorriderà in un futuro prossimo. E loro stessi, che siano circensi alle prese con la delusione di uno spettacolo andato male, o due pompieri appena usciti da una situazione pericolosa, rispondono alla crudeltà delle apparenze con il loro sorriso, contagioso e dissacrante al punto giusto, e con la loro grinta, che scuote lo spettatore lasciandolo stupefatto.

© Jill Freedman

Nelle sue immagini niente di troppo coreografato e niente di troppo spettacolare. Jill non cerca lo strano o l’evento incredibile, non è come gli altri fotografi di strada di quel periodo. È ossessionata si, dalla quotidianità, dalla vita, ma quello che trapela immediatamente è l’opera di una donna innamorata dell’esistenza, ma non ancora totalmente illusa dalle circostanze, per poter credere che tutto possa risolversi da se.

C’è voglia di libertà, di emancipazione e di leggerezza. C’è voglia di combattere e di non arrendersi. Le immagini della Freedman ci colpiscono al cuore e ci fanno sperare in un mondo migliore. Ad avercene altre cento come lei!

Cosa ci insegna Jill Freedman sulla fotografia?

Una fotocamera, qualche pellicola dentro la tasca e un motivo per andare a a scattare. Basta questo per poter portare a casa delle immagini di qualità e delle sensazioni benefiche per il proprio corpo.

Jill Freedman ci ricorda che la fotografia è una questione di passione, di sensazioni e di esperienze. Le macchine non hanno importanza, come non lo hanno d’altronde tutte quegli aggeggi che oggi ci portiamo dietro, pensando che possano migliorare il nostro stile o la nostra qualità complessiva dei file.

© Jill Freedman

L’occhio è quello che conta davvero e nelle immagini di Jill Freedman si nota subito l’importanza di questa componente: i soggetti sono racchiusi perfettamente nell’inquadratura, come se fossero separati per un millesimo di secondo dalla realtà e vivessero in una dimensione propria. Il tempo si ferma, si fa autonomo in ogni istante catturato, e ci regala una meravigliosa visione di quotidianità che non necessita altro che essere catturata, così, nella sua spontaneità.

Questa è la vita. Queste sono le relazioni sociali che ci hanno permesso di sopravvivere e di prosperare. Immagini che non hanno bisogno di essere costruite perché sono già perfette in partenza. E allora lasciate da parte tutti quei manierismi e tutte quegli estetismi esasperati che ci stanno pian piano facendoci allontanare da una fotografia semplice, empatica e diretta. Torniamo all’ABC della fotografia e forse ne usciremo ancora vincitori.

Fonte: NWTimes.com
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